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Biografia (1927-2005)
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Eugenio
Turri era nato nel 1927 a Grezzana (in provincia di Verona), dove trascorse la
giovinezza. Furono anni importanti per la sua formazione: anni di esperienze
intense, come la guerra e la vita all’interno della villa veneta in cui era
nato, e di forti passioni personali, come la montagna e l’aeromodellismo. Dopo
gli studi universitari, a Milano e Genova, negli anni cinquanta si trasferì
definitivamente nella capitale lombarda, dove iniziò a lavorare per il Touring
Club Italiano come cartografo e reporter di viaggio. Le sue mete privilegiate
furono, fin dai suoi primi viaggi, solitari e avventurosi, i paesi aridi
dell’Asia e dell’Africa, le cui problematiche diverranno in seguito uno dei
suoi argomenti fondamentali di ricerca. I reportage dei suoi viaggi furono
pubblicati, insieme alle sue foto, oltre che sulle “Vie del Mondo” del Touring
Club Italiano, anche su alcuni importanti periodici dell’epoca, come “Il Mondo”
di Mario Pannunzio, “Comunità”, e riviste accademiche di geografia.
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Negli anni sessanta venne
invitato dall’Istituto Geografico De Agostini a dirigere la seconda edizione
del Milione, importante enciclopedia geografica in dodici volumi:
quest’incarico segnò l’inizio di una collaborazione trentennale con la casa
editrice di Novara, per la quale ha diretto alcune tra le maggiori opere di
geografia, tra cui atlanti e libri di divulgazione. Parallelamente all’attività
editoriale intensificò i suoi viaggi di studio, approfondendo la conoscenza
dell’Afghanistan, dell’Iran, dell’Asia centrale e dell’Africa sahariana, in
particolare della regione del Sahel. I suoi viaggi, che ebbero comunque mete in
tutti i continenti, furono raccontati in articoli e rubriche giornalistiche, in
brevi saggi e soprattutto in libri, come Viaggio all’isola Maurizio, Viaggio
a Samarcanda (1963; nuova edizione 2004), La via della Seta, I
Nomadi, e Gli uomini delle tende (1983; nuova edizione 2003),
un’opera interamente dedicata al nomadismo. Seguendo il percorso d'interessi
proprio della geografia, è approdato quindi al tema a lui più caro e per il
quale è maggiormente noto come scrittore e studioso: il paesaggio. Negli anni
settanta ha pubblicato due testi innovativi, che rimangono ancor oggi
fondamentali in questo settore di ricerca: Antropologia del paesaggio (1974;
seconda edizione 1981) e Semiologia del paesaggio italiano (1979;
seconda edizione 1990).
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Dalla metà degli anni novanta si
è dedicato intensamente allo studio di questa tematica, che ha approfondito nel
corso della sua attività accademica per la Facoltà di Architettura e
Urbanistica del Politecnico di Milano e sulla quale ha scritto altri libri fondamentali:
Il paesaggio come teatro (1998; quinta edizione 2006), La megalopoli padana
(2000; seconda edizione 2004), La conoscenza del territorio (2002), e infine Il
paesaggio e il silenzio (2004), uno dei suoi libri più sentiti, finalista del
premio Viareggio. Recente anche Il paesaggio degli uomini: la natura, la
cultura, la storia (2003), che riunisce le lezioni del corso di “Geografia del
paesaggio” da lui tenuto fino al 2001 al Politecnico di Milano.
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Suo privilegiato territorio di
studio sono sempre state anche le montagne native del Veronese, da lui stesso
definite “territorio-laboratorio”, cui ha dedicato un libro sulla Lessinia
(1969) e uno sul Monte Baldo (1971; seconda edizione 1999), oltre a Dentro
il paesaggio. Caprino e il Monte Baldo (1982). La sua grande passione per i
viaggi si accompagnava infatti all’attaccamento profondo alla sua terra
d’origine e ai suoi paesaggi: le colline della Lessinia e il monte Baldo.
Questi luoghi erano la sua personale Heimat, un termine e un concetto
cui era profondamente legato: Heimat intesa come luogo natale, spazio in
cui si riconosce “l’uomo-abitante”, che ha un’immagine precisa del territorio
in cui vive. Iniziò infatti ad amare il paesaggio negli anni della giovinezza,
trascorsa all’interno del “brolo” della villa veneta in cui era nato (Villa
Arvedi a Grezzana) e di cui il padre era castaldo. Fu proprio suo padre a
condurlo sulle sommità delle colline che circondano la Valpantena e a
comunicargli la passione di osservare il paesaggio sottostante, un paesaggio
agrario straordinariamente dolce e bello, curato, armonioso, il paesaggio
veneto delle ville e della mezzadria che ha descritto nel suo libro Villa
Veneta (1977; nuova edizione 2002). Un paesaggio, quello veneto, di cui ha
seguito le vicende storiche dalle epoche primitive fino ai più recenti
sviluppi, comprendendo a fondo il cruciale e critico passaggio dal mondo
mezzadrile e agrario a quello industriale, che ha raccontato in particolare nel
suo libro Il miracolo economico, dalla villa veneta al capannone industriale
(1995).
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L’amore per le sue montagne si
univa alla curiosità verso montagne esotiche: concluse le prime ascensioni
italiane alle vette del Gebel Marra (Africa, 1961), dei vulcani Fuego e Agua e
del Cerro Quemado (America Centrale, 1966), del Suphan Dag e del Nemrut Dag
(Asia, 1958, con V.Bonazzi e A.Berbenni). Tentò anche la prima ascensione al
monte Ararat (Asia, 1958), che risalì fino ai 4500 m. Il suo interesse per il
paesaggio si è esplicato anche in forma di impegno politico e sociale: è stato
infatti a lungo consulente per la Pianificazione paesistica e territoriale
della Regione Lombardia e della Regione Veneto. Ha fatto parte dei comitati
scientifici di alcune riviste geografiche italiane e straniere. Ha dato
contributi a opere di enti culturali vari (come la Fondazione Cini, la
Fondazione Benetton, la Venaria Reale), istituti bancari, Accademie,
Università. Fu anche, negli anni settanta, tra i primi promotori del parco del
monte Baldo.
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Ha pubblicato libri, come lui
stesso li ha definiti, di “geografia vissuta”, raccontata, con una forma di
narrativa particolare, che fonde racconto sociologico e aspetti autobiografici.
Tra questi, oltre ai già citati Villa veneta e Miracolo economico,
Il Bangher (1988) e il recente Viaggio di Abdu. Dall’Oriente
all’Occidente (2004), che ha vinto una sezione speciale del Premio
Chatwin per la letteratura di viaggio. Un libro che descrive, attraverso le
vicende del giovane musicista Abdu, la profonda e a suo vedere insanabile
diversità fra Oriente e Occidente.
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Il suo ultimo libro infine,
uscito postumo nel 2005, dal titolo Taklimakan. Il deserto da cui non si
torna indietro, si discosta dagli altri e costituisce una cifra
espressiva originale sviluppata in altri due libri: Il diario del
geologo (1967) e Weekend nel Mesozoico (1992). È un libro costruito
in forma di brevi prose, una sorta di diario che esprime pensieri e riflessioni
nati dall’osservazione del paesaggio, dalle sue esperienze di viaggio in
ambienti estremi, difficili, dove il rapporto tra uomo e territorio è in crisi
profonda, come il Sahel, ma anche dalle sue irrinunciabili camminate domenicali
lungo i sentieri del monte Baldo, che avevano per lui un forte valore mistico,
di ricerca interiore.
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