giovedì 29 luglio 2010   ::  
 

«I miei libri hanno, secondo il mio intento, l’obiettivo di indagare le relazioni tra uomo e natura, tra cultura e natura, cercando soprattutto di ispirare passione e interesse per il paesaggio, in quanto risultato ultimo, visivo, di portata ambientale, ecologica, dei percorsi storici, sociali e psicologici. Esso è la proiezione del nostro Heimat, dell’ambiente del nostro vivere, riferimento delle nostre più profonde identità. Questa mi sembra la lezione più utile da dare, perché il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali».  (frase inedita, 2004)

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«Amai l’Africa e gli africani attraverso i versi di Senghor, capii come certa cultura europea potesse arrivare ad attribuire all’uomo africano - essere ardente, essere di fuoco - una vitalità, un senso della vita più immediato, più vero di quello dell’uomo bianco, frenato dalla sua razionalità, indebolito nel suo pallore di mal cuit, destinato al suicidio in quanto costruttore di megalopoli e di impossibili torri di Babele…» (Eugenio Turri, 1980)

«L’andare dei nomadi è uno spettacolo inusitato per noi motorizzati che viaggiamo sulle autostrade. Vanno in silenzio, sollevando appena un fruscio, una piccola scia di polvere. Passano simili a velieri nel mare, lentamente si allontanano, si perdono all’orizzonte… Sono come uccelli migratori. Non si sa dove andranno. Poi gradatamente finiscono inghiottiti nello spazio, nei lontani e polverosi orizzonti del deserto. Di loro non si saprà più nulla…» (Eugenio Turri, 2005)

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Qual è il nostro segreto? La nostra speranza, la

luce che ci dà forza dentro quel grande sfascio

geologico che è il mondo e la vita? La luce - una

flebile luce - è l’aver vissuto con l’animo aperto

alla comprensione delle cose, con lucida

coscienza dei processi che lentissimamente

modificano le montagne e i paesaggi, le

condizioni stesse delle società umane,

costantemente ponendoci, noi figli dell’effimero,

dentro il precipizio del tempo.

 

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