giovedì 29 luglio 2010   ::  
 

Premio Chatwin 2006

"Camminando per il mondo"

Genova, Castello D’Albertis, 16 novembre 2006-28 gennaio 2007

Mostra fotografica di Eugenio Turri: «Il teatro del paesaggio»

A cura di Lucia Turri

 

La fotografia ha accompagnato tutto il lavoro di Eugenio Turri, innanzi tutto come indispensabile strumento di documentazione e di reportage dei suoi viaggi. Le foto dei suoi primi viaggi, prevalentemente in bianco e nero, hanno il valore dello scatto che immortala un momento unico e irripetibile per il valore storico dell’immagine rappresentata. Si tratta infatti di foto riprese negli anni cinquanta-sessanta in luoghi appartenenti a quella parte della Terra che allora era chiamata, con termine oggi non più amato, “Terzo Mondo”. Luoghi dell’Afghanistan, dell’Iran, dell’Asia centrale, dell’India e dell’Africa sahariana, in particolare della regione del Sahel, allora poco frequentati dagli europei e che, specialmente in Africa, stavano attraversando una fase storica e politica cruciale. I soggetti privilegiati sono paesaggi, villaggi, città e persone.  Alcune di queste foto costituiscono testimonianze importanti e rare di popolazioni primitive, dei loro modi di vita e della loro cultura materiale, di elementi e rituali in molti casi scomparsi: sono immagini di grande suggestione, che hanno un forte impatto emotivo come testimonianze di un mondo desueto e assai remoto, spazialmente e storicamente, dal nostro. Le foto che appaiono nella mostra del Premio Chatwin rappresentano, in coerenza con la tematica del premio, testimonianze dei viaggi di Eugenio Turri, in particolar modo dei viaggi africani. L’Africa che è nel cuore di Turri è un’Africa soprattutto sahariana, l’Africa dei grandi spazi, dei deserti, delle popolazioni derelitte del Sahel, un’Africa  disperata, tormentata dalla sete e dalla carestia. Gli elementi dominanti sono la luce del cielo e il suo riverbero sulle dune mosse dell’erg, la solitudine dei tuareg sui loro cammelli, le loro carovane, le loro tende, con tutto il fascino di un popolo evanescente ma intenso, non sedentario, con un rapporto tutto particolare con il vasto e desolato spazio che abita. Uno spazio che a noi disorienta, spiazza, crea spaesamento, ma che per i tuareg è familiare, è spazio vitale, è la propria casa.

Ma la fotografia per Turri è stata anche e soprattutto strumento imprescindibile ed essenziale nello studio del paesaggio, come egli stesso ha spiegato in molti suoi libri e in particolare negli “Atlanti fotografici” che costituiscono una parte fondamentale di testi come Antropologia del paesaggio, Semiologia del paesaggio italiano  e Il paesaggio degli uomini: la natura, la cultura, la storia.  In questi testi si intende la fotografia come strumento appunto preziosissimo per osservare, conoscere e rappresentare le grandi modificazioni avvenute nel paesaggio italiano nel secondo cinquantennio del secolo scorso, che hanno segnato un profondo mutamento dell’identità del paese. Ed ecco una serie di foto che hanno volutamente e consapevolmente perso la componente estetica, a loro modo “brutte” perché non sono “cartoline” del bel paese (paese tradizionalmente “fotogenico”, soggetto privilegiato dai fotografi e ancor prima dai pittori), ma testimonianze uniche di tutti quegli elementi che hanno rotto l’armonia del bel paesaggio italiano con «nuovi oggetti, nuovi contenuti, nuove edificazioni, che stonano con quelle ereditate: i fili che rompono il cielo, le segnaletiche stradali, i cartelloni pubblicitari che tolgono di vista le marine o le cime dei monti…».

La fotografia per Turri non è mai stata, come si comprende a questo punto, finalizzata soltanto a rappresentare il puro fattore estetico del paesaggio, mai fine a se stessa, ma sempre in funzione del pensiero e del racconto geografico dell’autore, sempre strumento importante di comprensione della realtà. Ogni foto ha rappresentato per lui un concetto. Di fondamentale importanza, quindi, è sempre stato il punto di vista da cui venivano effettuati gli scatti, il cosiddetto «occhio del geografo», che riprende «… paesaggi ritenuti significativi al fine di documentare la varietà del mondo e le diverse relazioni che l’uomo ha stabilito con gli ambienti naturali più vari». Occhio del geografo che, nel suo caso, ha avuto uno sguardo privilegiato alla fotografia aerea, che «… come già compresero gli antichi… permette di giungere a una verità diversa da quella che si può cogliere guardando le cose a fior di terra. Dall’alto non solo si ha una visione complessiva dello spazio, ma è possibile capire il senso delle relazioni che legano un oggetto all’altro, il peso che ogni cosa ha nel suo contesto».  Lucia Turri

















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