Da "Cavaion Magazine", luglio-settembre 2006
Un simposio per il paesaggio di Eugenio Turri
di Lucia Turri
«Non dobbiamo fermarci qui, i politici hanno bisogno di confronto, hanno bisogno di giornate di alta cultura
come queste... Governare un paese è un compito difficile, le amministrazioni in genere tendono ad essere
più attente ai consensi che al territorio, e questo è probabilmente il meccanismo che porta al crescere
continuo dell’edificazione. Credo che anche il paese di Cavaion sia interessato a questa problematica e
quindi sono coinvolto in prima persona in queste giornate. Sono convinto che lo scopo di questo convegno
sia di diffondere una cultura del paesaggio diretta a tutti i cittadini, a tutte le persone. Abbiamo, credo, fissato
delle basi importantissime e non dobbiamo fermarci qui.»
Con queste parole, oneste e cariche di intenti positivi, il Sindaco di Cavaion, Lorenzo Sartori, ha commentato
i lavori delle “giornate Eugenio Turri”. Il convegno, che si è tenuto a Cavaion, nella sala civica di Corte Torcolo
il 1° e 2 luglio scorso, è stato organizzato, oltre che da chi scrive, dal Comune di Cavaion e dalla Fondazione
Benetton Studi e Ricerche sul paesaggio di Treviso. L’intento degli organizzatori era innanzitutto quello di
ricostruire il percorso scientifico e letterario di Eugenio Turri, esploratore, scrittore e geografo, scomparso nella
primavera del 2005, che aveva a lungo vissuto a Cavaion, ma anche di mettere in luce le tematiche fondamentali
e più attuali legate allo studio del paesaggio e alla conoscenza del territorio. Un approfondimento del lavoro di
Eugenio Turri il cui senso sta quindi soprattutto nella forza innovativa e nella imprescindibile attualità delle idee e
dei concetti da lui sviluppati, e perciò nell’eredità e continuità del suo pensiero. Tematiche, quelle legate alla
cultura del paesaggio e alla sua gestione, di grande attualità e interesse, che in un paese come Cavaion
assumono uno spessore immediatamente percepibile a tutti i cittadini, dato l’elevato valore naturalistico, storico
e paesaggistico del suo territorio. Un territorio il cui equilibrio è minacciato in primo luogo dalle problematiche
complesse legate alla crescita vertiginosa dell’urbanizzazione, avvenuta in anni recenti.
Il senso e lo spirito del convegno può essere efficacemente sintetizzato dalle parole di Domenico Luciani,
direttore della Fondazione Benetton, che ha coordinato la mattinata della domenica e che ha pronunciato il
discorso conclusivo: «dobbiamo cercare di salvare luoghi per mezzo di uomini, non salvare luoghi per mezzo di
vincoli. Questo mi pare il messaggio, questa mi pare la forza maieutica più importante e più profonda che Turri ci
ha lasciato». Questa breve ma incisiva espressione pone l’accento sulla priorità e l’importanza dello sviluppo di
una cultura del territorio e del paesaggio in ogni persona, in ogni cittadino – come ha notato anche il Sindaco,
una cultura che deve favorire e produrre consapevolezza sociale e politica delle proprie scelte e responsabilità
rispetto al luogo in cui ognuno vive. «Dobbiamo cominciare a occuparci di un luogo – ha detto ancora Luciani –
definendo i nostri compiti per capirlo, per governarlo, per farlo essere più in rapporto con le aspettative di chi vi è
insediato e di chi lo visita».
E la figura di Eugenio Turri è stata in questo senso decisamente emblematica. Innanzi tutto come scrittore e
ricercatore, ma anche come cittadino. Il suo lascito è variegato e complesso, e addentrarsi nei meandri dei suoi
studi, dei suoi scritti, seguire i percorsi dei suoi “viaggi” – fisici e intellettuali – conduce ognuno di noi alla
scoperta della ricchezza infinita racchiusa nei paesaggi del mondo, e soprattutto nei propri paesaggi, i paesaggi
di casa nostra. E conduce quindi a sviluppare una sensibilità e un attaccamento verso il proprio territorio, quello
che è scenario del nostro agire quotidiano, che ci accoglie e ci circonda in modo silenzioso mandandoci però
segnali, emozioni, positive o negative, condizionando comunque profondamente la qualità della nostra vita – lo
teorizzava già migliaia di anni fa il Feng Shui, l’arte cinese di creare armonia tra l’uomo e lo spazio che abita, oggi
tornata in voga – anche se non ci facciamo troppo caso, impegnati come siamo nelle attività quotidiane.
Territorio sul quale noi stessi lasciamo segni, dai più piccoli, quelli sui quali possiamo esercitare un controllo (nel
nostro giardino o sulle facciate delle nostre case), a quelli più globali, che dipendono dalle nostre scelte sociali e
politiche. Conduce a imparare a “sentire” il paesaggio come fosse nostro, divenendo quindi un fatto di nostro
personale interesse e non affare altrui.
La figura di Eugenio Turri, si diceva, è stata emblematica perché la sua passione e il suo interesse per il
paesaggio si sono esplicati su un piano non solo scientifico e tecnico ma anche e soprattutto su un piano direi
umanistico, un termine molto vasto e forse ambizioso, che comprende nel suo caso una conoscenza e un
rapporto con il territorio operata a diversi livelli e manifestata in linguaggi diversi. Egli si è occupato infatti di un
gran numero di temi, tutti collegati tra loro, come si evince anche dal sintetico elenco dei suoi libri più conosciuti
nel box accanto: del paesaggio e della sua lettura, innanzitutto; di pianificazione territoriale; del viaggio e del
viaggiare; delle popolazioni nomadi; del paesaggio veneto e della sua storia; del monte Baldo e della Lessinia;
dei territori desertici e in particolare del Sahel; delle diversità culturali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud
del mondo; della geografia regionale oltre che dei grandi temi della geografia classica, come urbanesimo,
geografia fisica, cartografia. Ha espresso i suoi contenuti in varie forme, saggistica soprattutto, ma anche
giornalismo, divulgazione, narrativa e poesia, senza dimenticare la fotografia, che ha avuto un ruolo
fondamentale nella sua lettura della complessità del mondo.
Egli iniziò negli anni cinquanta a viaggiare come reporter per il Touring Club Italiano e per altre riviste culturali
dell’epoca (come il “Mondo” di Marco Pannunzio). Nel corso di questi suoi primi viaggi identificò con intensità i
suoi maggiori interessi: le forme fisiche della Terra, quindi la geologia, e poi i modi di vita delle popolazioni del
cosiddetto “Terzo Mondo”, i nomadi soprattutto, che hanno costituito uno dei nuclei fondamentali della sua
ricerca. E poi gli ambienti desertici, quelli asiatici e, soprattutto, il Sahel, fascia di transizione del Sahara. Questi
viaggi però, non l’hanno portato a dimenticare la sua terra d’origine, anzi, hanno semmai rafforzato in lui il senso
di radicamento al suo territorio, che ha studiato e percorso con lo stesso spirito e con la stessa passione che
adoprava per i paesi esotici. È stato un cantore ispirato da appassionata nostalgia del paesaggio veneto delle
ville, paesaggio pieno di bellezza e armonia che è rimasto intatto fino mezzo secolo fa, e proprio questo legame
così intenso, rafforzato dai ricordi della propria infanzia, lo ha reso spettatore afflitto e narratore sofferto dei
grandi mutamenti che ne hanno irreversibilmente trasformato il volto dagli anni sessanta del secolo scorso in
poi. Ha svolto la sua attività prevalentemente a Milano, come direttore editoriale e giornalista, e come docente di
Geografia del paesaggio alla Facoltà di Urbanistica del Politecnico di Milano. Ma con il territorio compreso tra il
lago di Garda e il monte Baldo ha avuto un rapporto speciale, molto intenso, un mix di passione personale e di
interesse scientifico. Questo territorio era da lui vissuto come “luogo del cuore”, scenario di passioni genuine
come l’alpinismo e lo sci, luogo in cui rigenerarsi e ritrovarsi in una natura che gli era familiare (era nato sulle
colline della Valpantena), ma il suo “occhio del geografo” lo vedeva anche come territorio complesso e ricco di
quegli elementi che costituivano per lui i principi fondamentali per lo studio dell’evoluzione dei paesaggi.
Il tono del convegno è stato, a detta dei più, aperto e informale, «più che un’adunanza di accademici, un
simposio di amici che si scambiano idee ed opinioni, caratteristica che sarebbe piaciuta a Eugenio», come ha
sottolineato Albano Marcarini, urbanista milanese che ha coordinato la mattinata di sabato. Gli interventi dei
relatori (molti, motivo per cui è qui impossibile citarli tutti), legati a Turri da collaborazione e amicizia, hanno
rivelato e descritto tutte le diverse “anime” dello studioso. I temi trattati sono stati molto sentiti anche dal
pubblico, che è intervenuto con numerosi interventi, tra i quali ricordiamo quello di Averardo Amadio, del WWF,
che ha colto l’occasione per parlare del parco del monte Baldo, un progetto iniziato più di trent’anni fa ma mai
decollato, di cui Turri è stato uno dei promotori.
I lavori sono stati introdotti da un intervento del senatore Aventino Frau, presidente della Comunità del Garda,
che ha lodato il progetto del convegno, cogliendo il nesso importante tra un’iniziativa culturale centrata su
tematiche ambientali e la sua localizzazione nel territorio gardesano, così ricco di valori paesaggistici. Egli ha
ricordato che «il problema della salvaguardia del paesaggio dev’essere prioritario sul nostro lago, che è
fortemente antropizzato e urbanizzato. Sono stati fatti molti errori, questo luogo è stato oggetto di troppe
tentazioni, ma adesso dobbiamo fare in modo che chi osserva oggi il paesaggio del Garda non debba più avere i
timori di Eugenio Turri, cioè che esso possa essere ulteriormente danneggiato».
Il valore letterario di Turri è stato messo in luce con grande intensità da Gilberto Lonardi, storico della letteratura
dell’Università di Verona. Tra i maggiori esperti di Leopardi e di Montale, il professor Lonardi si è concentrato
nell’analisi di Taklimakan, il deserto da cui non si torna indietro, l’ultimo e postumo libro di Turri, un libro-diario di
prosa e poesia ispirato da viaggi e paesaggi in cui l’autore rispecchia le proprie questioni esistenziali e di cui
Lonardi scrisse la prefazione. Egli l’ha definito un «libro senza data, un libro dalle lunghe radici. Schegge morali
strappate a un costante fondo geografico e antropologico in cui si avvertono accenti leopardiani». Egli vi ha
riconosciuto il sentire di un «antropologo e geografo e umanista originale, un uomo capace di guardare e
ascoltare e riflettere, con un forte sentimento e “risentimento” civile, grande viaggiatore e scienziato, lettore
esperto del paesaggio e dei suoi segni, capace anche però di accogliere i dati di solitudine che riguardano ogni
essere vivente», definito, nella sua smania di viaggiare, nella sua curiositas, un «ostinatissimo nipote di Ulisse».
In queste pagine dice Lonardi, «incontriamo l’eco dei grandi patres che invitano a guardare dentro di noi, da
Seneca ad Agostino stesso».
Altri relatori hanno trattato, con accenti anche toccanti, il volto intimista e spirituale di Turri, come Maria Grazia
Calzà, consulente filosofica di Riva del Garda, che ha evocato il profondo senso mistico del suo accostarsi al
paesaggio, soprattutto a quello lacustre, gardesano, e il significato del silenzio nel paesaggio, da lui chiamato
«voce dei tempi infiniti». E sempre del “silenzio” in Turri (tema di uno dei suoi più recenti libri, Il paesaggio e il
silenzio, candidato al premio Viareggio) ha parlato Gianni Moriani, ambientalista dell’Università di Venezia. «Il
disastro del paesaggio – dice Moriani – può portare al deserto, un deserto con un silenzio che ti schiaccia
perché è gremito di assenze, è carico di perdite, porta all’obliterazione della nostra identità, essendo il paesaggio
una questione di identità. È questa la crisi che ha colpito la popolazione veneta».
Il fronte geografico e paesaggistico è stato affrontato e spiegato in numerosi interventi, a iniziare da Daniela
Zumiani, storica dell’architettura dell’Università di Verona, che si è concentrata sulla lettura del paesaggio, che
Turri effettuava in un modo speciale, «tenendo conto degli aspetti dell’agire umano sul territorio e delle ricadute
culturali ed emozionali sul modo di percepire i luoghi». Ha poi spiegato il significato del termine “iconema”,
coniato da Turri ed elemento fondamentale del suo modo di leggere la complessità del paesaggio. Gli iconemi
sono «le unità elementari della percezione che, sommate con altre in combinazione formano l’immagine
complessiva di un paese. Il paesaggio è la sintesi sommatoria di tante unità, di tanti iconemi, elementi carichi di
singolari significati, artistici, storici ecc.». Umberto Vascelli Vallara, architetto di Milano, già dirigente della
Regione Lombardia e coordinatore del Piano Paesistico Lombardo, ha effettuato una minuziosa e dettagliata
descrizione dell’attività di pianificatore territoriale di Turri, durata oltre una decina d’anni.
Claudio Ferrata, geografo di Bellinzona, ha poi parlato del rapporto tra Eugenio Turri e la geografia accademica, tra
geografia classica e moderna, concentrandosi soprattutto sul suo rapporto con i paesi poveri, non
occidentalizzati, dell’Africa e dell’Asia. Turri, secondo Ferrata, «era dentro i problemi dello sviluppo ma era molto
critico con lo “sviluppismo”. Era un viaggiatore sempre pronto a meravigliarsi di fronte alla diversità delle
fattezze del mondo, ma anche di fronte alle popolazioni marginali e dimenticate, come i nomadi. Il viaggio era
inteso da lui come “messaggio”, per citare parole sue, come scambio bidirezionale, come forma di reciprocità.
Che gli serviva per osservare i “suoi” luoghi con occhio diverso. Egli viveva quindi il suo rapporto con il mondo
con un profondo ideale di “ospitalità”, un termine che per lui significava ospitalità del mondo fisico nei confronti
dell’uomo ma anche ospitalità dell’uomo nel mondo umano, facendo propria la nozione dei geografi antichi
dell’ecumene… La personalità di Turri è difficile da imbrigliare nelle rigide maglie del mondo accademico: è
stato un grande divulgatore e il geografo più letto nel mondo italofono». Il professor Ferrata ha poi presentato il
libro, di prossima pubblicazione, da lui curato e dedicato allo studioso: una miscellanea di saggi che affontano
appunto le varie “anime” di Turri, dal titolo Il senso dell’ospitalità. Scritti in omaggio a Eugenio Turri, il cui
prefatore è il poeta Andrea Zanzotto.
Franco Farinelli, che insegna Geografia della comunicazione all’Università di Bologna, si è invece spostato sul
fronte sociale e politico del concetto di paesaggio. Ha spiegato chiaramente il modo in cui il paesaggio passa,
nella cultura occidentale da modello di contemplazione estetica a modello attraverso il quale si può
comprendere il mondo. Si è poi acceso trattando il rapporto della geografia accademica italiana con Eugenio
Turri, sottolineando l’importanza cruciale del libro Antropologia del paesaggio, che ha rivoluzionato il modo di
intendere il paesaggio e anche alcuni aspetti del sapere geografico italiano, con la sua grande ricchezza di
riferimenti culturali. Ha esordito sostenendo che «quando si chiede a Umberto Eco di fare il nome di un geografo
italiano, il primo e l’unico che cita è Eugenio Turri. I geografi che si affacciavano all’università nel ’68 devono a
Turri una ricchezza e un’apertura, una scholarship che nessun geografo italiano poteva vantare. In quegli anni egli
frequentava percorsi, campi e regioni del sapere che a quel momento la geografia italiana non sapeva praticare.
La generazione dei geografi che usciva dall’università dopo gli anni settanta ha riconosciuto in Turri un maestro».
Ha poi ammonito, parlando del concetto di paesaggio nell’epoca della globalizzazione, che «oggi siamo di fronte
a un rischio evidente, basta leggere la Convenzione europea del paesaggio, che è il rovesciamento della
posizione originaria: non siamo più di fronte alla politicizzazione dell’estetico, ma all’esteticizzazione del
politico».
Altri geografi hanno trattato ulteriori “temi forti” di Eugenio Turri. Francesco Vallerani, geografo dell’Università di
Venezia, ha descritto con accenti malinconici il suo rapporto con il Veneto e in particolare con il lago di Garda e il
monte Baldo, “luoghi del cuore” di Eugenio Turri. Egli li ha descritti in numerosi libri celebrandone la bellezza, ma
non dimenticando che essi sono «nel Nordest, nella megalopoli, per cui la minaccia e la perdita della bellezza è
incombente. Turri ha coniato in merito a questo un nuovo termine, “delacualizzazione”, che significa perdita del
senso di territorialità lacustre, scivolamento verso “atopia”. La sua “topofilia” lacustre diventa una profonda e
vigorosa critica, soprattutto contro le urbanizzazioni costiere. L’atopia che assale i luoghi del cuore si avvicina al
senso del deserto, come emerge dal suo ultimo libro. Il messaggio di Eugenio andrebbe colto, è un invito ad
andare oltre la materialità, oltre l’espansione distruttiva della città dell’uomo e gli invadenti tumulti
megalopolitani». Di megalopoli e di atopia ha parlato anche Anna Braioni, architetto veronese, che ha condotto le
sue riflessioni prendendo spunto dalla passeggiata, organizzata dai responsabili del convegno, al cosidetto
“osservatorio-Turri”, un punto di osservazione collocato sul monte Baldo sul quale Turri usava recarsi per scrutare
e controllare il paesaggio, e testimoniarne con foto la sua evoluzione. «I luoghi sono attrattori di investimenti –
dice l’architetto Braioni – ma chi investe è sempre più staccato dal territorio per cui non è interessato al risultato
fisico-geografico bensì solo alla redditività: questo è il fenomeno più evidente della globalizzazione». Il disagio di
vivere al Nordest è stato anche rappresentato, in modo molto vivido ed emozionale, da Giorgio Conti,
pianificatore territoriale dell’Università di Venezia, che ha mostrato un cortometraggio realizzato da un giovane
cineasta veneto per far capire cosa intende parlando di “auto-topia” (il senso del paesaggio visto
dall’automobile) e per mostrare la differenza tra “spazio dei luoghi e spazio dei flussi”. «Turri è un agente della
conservazione della memoria perché ci ha dato una rappresentazione dei luoghi, ci ha dato quel fiume di senso
che non possiamo perdere. È questo che lo lega al Veneto. Propongo un laboratorio di documentazione sulla
grande trasformazione del paesaggio italiano, un eco-museo, e un parco geografico letterario di Eugenio Turri sul
monte Baldo. Perché vorrei che le persone vedessero il paesaggio con gli occhi di Turri».
Infine Pier Paolo Faggi, geografo dell’Università di Padova, compagno di viaggio e di studi di Eugenio Turri, ha
raccontato cosa significava per lui il viaggio e il viaggiare, forse uno dei temi di maggior suggestione. Per Faggi
«Eugenio Turri è il viaggio». Per lui viaggiare era «una continua attivazione di relazioni con luoghi e con persone,
soprattutto i nomadi, che esercitavano su di lui un grande fascino, perché del nomade “non si sa dove andrà”.
Eugenio amava il viaggio ma altrettanto il nóstos, il ritorno. Il viaggiare gli faceva amare ancor più la sua terra, il
suo villaggio, il suo Heimat. Ma il problema vero di Eugenio era “tornare dove”? In realtà il vero ritorno non esiste,
perché il viaggio fa cambiare il viaggiatore. Per Eugenio il ritorno esisteva come continua aspirazione a un luogo
di pace. Eugenio deve continuare il suo viaggio».